A partire quest’anno il programma ha segnato un passaggio significativo, aprendo per la prima volta le porte anche a mentee uomini. Una scelta che non ha ridimensionato la vocazione originaria del programma, ma l’ha evoluta. Costruire una cultura della leadership autentica e inclusiva, infatti, richiede il coinvolgimento attivo di tutte le persone, valorizzando prospettive diverse e favorendo un confronto sempre più ampio all’interno delle organizzazioni.
In occasione dell’evento di Kick-Off della sesta edizione del programma, con 128 professionisti tra mentor e mentee provenienti da 28 aziende, abbiamo invitato come ospite Maria Lovecchio, Chief Merchandising Officer di Lidl Italia, multinazionale tedesca leader della GDO e presente in Italia dal 1992. Con lei abbiamo fatto due chiacchiere su crescita professionale, stili di leadership e valore del mentoring.
La tua storia professionale è fortemente intrecciata con quella dell’azienda: diciassette anni, quattro Paesi e diversi ruoli all’interno del gruppo. Oggi sei Amministratrice Delegata Acquisti, prima donna a ricoprire questa posizione nel Board italiano di Lidl. Ripercorriamo insieme le tappe principali del tuo percorso professionale.
"Quando sono entrata in azienda, il mio obiettivo era iniziare in una realtà solida: venivo da un percorso accademico e da una serie di lavori poco lungimiranti. In Lidl non ho trovato solo un lavoro, ma un percorso che mi ha permesso di crescere e imparare ogni giorno, superando ogni mia aspettativa iniziale. Da bambina, tra l’altro, sognavo di viaggiare per il mondo: in questi diciassette anni ho avuto l’opportunità di farlo ed è tuttora un viaggio bellissimo."
Diciassette anni nella stessa azienda non sono pochi, soprattutto guardando alle tendenze attuali nel mercato del lavoro. Qual è stata la chiave che ti ha fatto restare?
"La passione per quello che faccio, unita a una cosa molto semplice: non ho mai avuto il tempo di annoiarmi. Lidl è stata per me una fucina di opportunità, mi ha permesso di cambiare pelle continuamente e di mettermi in gioco in contesti molto diversi. Non significa che non ci siano stati momenti difficili. Per me è stato importante imparare a non prendere sul personale i fallimenti, ma leggerli come opportunità di crescita, e quindi non scoraggiarmi.
A un certo punto, guardando il mio curriculum, mi sono chiesta se la lunga permanenza nella stessa azienda potesse costituire un limite. Poi però ho realizzato che le mie esperienze erano state molto diverse e trasversali. Se qualcuno me lo chiedesse oggi in un colloquio, non avrei paura di rispondere: restare in una realtà che investe su di te, ha un enorme valore. Se le aziende vengono vissute con passione, curiosità e determinazione, e sanno offrire continua e positiva evoluzione, allora le collaborazioni possono diventare avventure di lunga durata."
Restando sulla passione, hai citato quella per i viaggi. Le esperienze internazionali hanno in effetti caratterizzato molto la tua carriera: quali sono stati i momenti decisivi che hanno dato una direzione importante al tuo percorso?
"Il primo momento risale a quando sono diventata Buyer: avevo un responsabile lungimirante, che mi ha dato fiducia e l’opportunità di partecipare a seminari formativi all’estero. È stato il primo passo che mi ha permesso di allargare lo sguardo oltre alla realtà italiana.
Dopo la maternità ho ricevuto una proposta per lavorare nelle Repubbliche Baltiche, che però ho rifiutato. In quel momento non ero pronta: tenere insieme famiglia e lavoro è sempre stato fondamentale per me, non ho mai voluto mettere in secondo piano la mia scala di valori.
Più avanti è arrivata un’altra opportunità, che invece funzionava, e l’ho accettata – anche grazie all’appoggio e all’accompagnamento della mia famiglia. Così ho potuto ricoprire ruoli di grande responsabilità in Slovenia, in Danimarca e in Germania. Le sfide sono state enormi: la lingua è solo la punta dell’iceberg, il vero ostacolo è stato comprendere il contesto culturale delle persone con cui lavoravo e le loro aspettative implicite. Ho imparato che non potevo imporre il mio stile, ma dovevo guadagnarmi il diritto di essere ascoltata.
Se dovessi riassumere la lezione più importante che ho tratto da tutte le esperienze all’estero, direi che ascolto e umiltà sono state la chiave, indipendentemente dalla latitudine."
E adesso sei tornata in Italia. Quali sono state, finora, le soddisfazioni più grandi che hai avuto durante il tuo percorso?
"Vedere crescere professionalmente le persone: colleghi che ho accompagnato, altri che ho osservato da lontano, altri ancora che ho guidato direttamente. Vederli fiorire professionalmente mi riempie di gioia. A questo si aggiungono i rapporti umani e le amicizie sviluppate negli anni: arricchiscono profondamente la mia vita. Sapere di poter trasmettere un modo nuovo di guardare all’azienda, contribuendo alla crescita di persone che un giorno prenderanno il mio posto, mi dà una carica incredibile."
Alla luce di tutti i modelli di leadership che hai osservato e praticato, come descriveresti oggi il tuo stile?
"Credo in una leadership che abiliti gli altri. Mi piace dare fiducia e autonomia, offrire una visione e lasciare spazio per agire: voglio che i miei collaboratori siano co-creatori della strategia. Questo richiede tempo, confronto e accettazione dell’errore come opportunità di apprendimento. Credo in un ambiente di lavoro basato sull’ascolto attivo, perché molto spesso la soluzione migliore nasce dalla somma delle diverse competenze e non da un’unica voce."
Quale messaggio vuoi lanciare ai mentor e ai mentee che iniziano oggi il loro percorso?
"Non limitatevi a scambiare informazioni, ma intrecciate le vostre storie. I mentor portano un’esperienza fatta di successi e di situazioni complesse, in cui hanno saputo “sbrogliare i nodi”. I mentee possono portare una nuova visione, un linguaggio e una sensibilità diversi. Sfidatevi a vicenda, fate tante domande…e divertitevi!"